Il Grand Hotel Baglioni ‘nasce’ nella seconda metà del 1800 quando il Principe Carrega di Lucedio, approfittando degli interventi predisposti per l’allargamento dell’odierna Via Panzani, acquistò una serie di casupole per poi procedere alla loro demolizione e costruire al loro posto un imponente palazzo che recava sopra il portale d’ingresso lo stemma con il leopardo su fondo oro e rosso, quello dei Carrega-Bertolini, che ancora oggi fa bella mostra di sé.

Dopo poche decine d’anni, avendo deciso di trasferire la propria residenza a Roma, il Principe pensò di trasformare il palazzo in un albergo, sfruttandone l’assoluta centralità e la vicinanza con la stazione, con una lungimiranza degna davvero dei migliori imprenditori.

Propose pertanto alla famiglia Baglioni di convertire la struttura ottocentesca in un hotel di primissimo ordine, senza togliere all’insieme architettonico esterno le signorili caratteristiche che lo contraddistinguevano. Venne così mantenuto il grande scalone d’onore, al quale il Principe originariamente arrivava entrando con la sua carrozza dal portone principale; al posto delle scuderie e dei cortili vennero ricavati i grandi saloni del centro congressi.

Il 12 agosto 1903 il Palazzo Carrega, divenuto albergo capace di 64 camere, 106 letti e 18 bagni, assunse la denominazione di Grand Hotel Baglioni ed aprì i battenti al mondo dei viaggiatori.

Naturalmente l’iniziativa non si fermò lì e molte furono le susseguenti opere di miglioramento dei servizi, secondo il progresso e le esigenze dei tempi, e di ingrandimento – grazie in genere alle acquisizioni delle case confinanti che vennero progressivamente annesse alla struttura principale, attribuendo così al palazzo la sua caratteristica disposizione interna.

Raccontare un secolo di storia di un albergo è impresa ardua; due periodi meritano però una citazione particolare, dato che sono stati i momenti in cui l’Hotel ha dovuto chiudere i battenti per cause di forza maggiore: durante la II Guerra Mondiale e dopo la devastante alluvione del 1966.
Nell’agosto del 1944, l’Hotel Baglioni venne occupato dai partigiani della divisione Arno, che cercavano di snidare gli ultimi cecchini rimasti in città sparando dalla terrazza, mentre in una sala del piano terra veniva allestito un tribunale speciale. Dopo pochi giorni, il 13 agosto, i soldati alleati liberano Firenze ed i primi di settembre l’Hotel venne requisito dal New Zealand Forces Club. I neozelandesi erano stati costretti dalla guerra a dimenticare le formalità della vita civile; dopo le razzie dei Tedeschi, le distruzioni degli Alleati lasciarono intatte dell’Hotel Baglioni solo le mura. Dopo mesi di intensi lavori di restauro, il 1° giugno 1946, un rinnovato Hotel Baglioni tornava però a riaprire le porte ai suoi ospiti.

Non meno devastante per l’albergo fu l’alluvione del 1966: in pochi minuti, l’Hotel rimase isolato e l’acqua sommerse la portineria, i saloni, la direzione con le casseforti, la cucine ed i magazzini.

Nei giorni successivi, appena i clienti alloggiati riuscirono a lasciare Firenze, il Baglioni chiuse di nuovo per iniziare le lunghe opere di restauro; il grosso del lavoro consisteva nel risanare quel che si poteva salvare dall’acqua e dalla nafta tracimata dagli impianti di riscaldamento distrutti. Bisognava pulire e asciugare i pavimenti e le mura centimetro per centimetro, rifare l’intonaco fino a dove l’acqua era arrivata; restaurare i mobili e la tappezzeria con pazienza certosina; smontare i macchinari pezzo per pezzo, asciugarli ed immergerli nei lubrificanti. E nonostante questo occorsero alcuni anni perché l’umidità se ne andasse completamente. Dopo solo un mese e mezzo di febbrile lavoro, in una Firenze che lentamente riprendeva a vivere, i primi clienti attraversavano però nuovamente la bussola dell’Hotel Baglioni.





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